deposizione di Persefone (42)

il corpo per la maggior parte è estremità: le mani lavorano e non lavorano più. così le connessioni se ne vanno in frantumi e nulla ti rende degno di stare a quella tavola
attraverso i canoni uniti delle immagini comuni, scoprì che la perdita del corpo è la perdita della stessa materia dei sogni. molti pensano che no, no. come nel teatro. ma non c’è coscienza della malattia di biblioteche intere. come rielabori il mito della crescita economica, viene a stimolarti il volano del bisogno infinito, il gioco della religione moderna
averla accanto la senti, te la fanno sentire questi giorni, inclusi i due anni passati, questa voglia di senso profondo di cosa che trascende il puro piacere, ma non è perdonabile. addentrarsi nella notte, nella dimensione aurale, nell’era della riproducibilità tecnica, è furore concentrato sul proprio desiderio e la sola differenza è la morte
non ho capito cosa
è così: non è nei giovani, è nel vivere collegato alla morte
alla fine del secolo, la discoteca la droga i rituali di iniziazione, aveva sentito quest’appartenenza dimenticando chi fosse – quando questo accade, gli anziani riflettono sui giovani e non considerano Persefone
ma adesso la diagnosi è guarita e la dedica è spiritosa: dedico la chiusa al divorzio dei miei genitori (provati i confronti, il mondo purtroppo ha qualcosa che lo rende simile al suo creatore)

Francesca Perinelli

deposizione di Persefone (3)

prima d’allora, venivamo al mondo con Platone, Plutarco e Plotino, che sceglievano noi per vivere la loro vita. per esempio, un viaggio in un cimitero, dai primordi diversi e distinti, era un mito. il clima avverso, un’esperienza eccezionale. un po’ era una moda, mai una cretinata
lei da bambina aveva avuto la possibilità di restare aneddoto. congettura, no. diciamo che avrebbe voluto fare l’equivoco (si spiegava malissimo, era la causa dei genitori, anche se non una causa efficiens – il portinaio d’altronde non faceva selezione). le fu necessario scegliersi i genitori, vip da sconvolgere con il nostro crescere fumando insieme davanti all’incessante peculiarità dei suoi disturbi di serie, su cui non mi sembrava giusto dar consigli
punti fissi come la separazione di corpo e anima negli anni ottanta, quando i cugini controllavano i siciliani o il giro in Oriente e i monasteri (però l’India non la conoscevamo
ah no?
sì sì
non la?
sì e no. è stato più un discorso di non bisogna andare a Tokyo, è inutile come New York)
Roma? di specifico non ne parlava mai. non con molta curiosità. l’omicidio dell’Uomo Ragno era più nell’interesse dei cugini
poi d’improvviso tutti l’hanno capito: la famiglia era l’errore
e adesso eccoci qui
non una malattia rara, non furono batteri, ma una sigaretta ficcata nel retro della storia

(il giudice è brasiliano, per rispondere occorrerà tutta la notte e domani avrà già dimenticato tutto)

Francesca Perinelli