Pizza al metro

C’è Piero Angela in televisione, Superquark. Nonna chiede come volete la pizza, il consenso è margherita. Mi dice, vai a chiamare Angela. Angela è una sua collega, dividiamo la casa vacanze con lei e la sua famiglia, nel cortile c’è un cancelletto che separa la nostra metà dalla loro, ma è sempre aperto. Ha un figlio della mia stessa età, si chiama Angelo, andiamo al mare insieme e mi lascia usare il suo monopattino e in cambio gli presto giochi per il Game Boy. Angelo è alto e grosso, mi sta simpatico, Angela molto meno, parla tanto e a volte urla e spesso mi sembra triste. La vado a chiamare, mi ringrazia, ora arrivano. Nonna aspetta con il telefono in mano, sbuffa. Nonno sorride, guarda che belli gli animali, gli scimpanzè. Arrivano, un metro di pizza, facciamo mezzo margherita e mezzo diavola. Gli adulti chiacchierano, dentro o fuori, dentro, sto vedendo il documentario, anche a me piacciono. Io e Angelo apparecchiamo bicchieri di carta e piatti di plastica e tovaglioli di carta, solo le posate rimarranno, nonna ce le passa a mucchi disordinati, attenzione ai coltelli. Dal viale un clacson suona tre volte, nonno esce in canottiera e col grasso portafogli di pelle tra le mani, lo vedo dalla finestra che torna coi cartoni in mano. Ci sediamo. Mangio la mia fetta di margherita. Nonno mi chiede se voglio assaggiare la diavola, dico sì, mi piace, Angelo la pizza col salame piccante non riesce a mangiarla, nonno sorride, mi sento fiero, fuori c’è l’odore delle notti d’estate.

Antonio Vangone

Rana di calcare e bitume

Rana di calcare e bitume incisa a scalpello con lama in bronzo da mano tremula forse di anziano accompagnata da un carretto del medesimo materiale dotato di quattro sottili ruote ancora funzionanti.
Si ipotizza avesse uso di statuetta votiva o più probabilmente e romanticamente giocattolo, come suggerito dai leggeri segni d’usura presenti sul dorso del reperto. Appartenente stando a un’incisione in lingua elamita cuneiforme al cosiddetto figlio di Shilkhakha maschio di anni sette oppure otto a giudicare dalla dentatura il cui tumulo è stato scavato da Jacques de Morgan nel 1904 nei pressi dell’antica Susa, oggi Iran. Alta sei punto sette centimetri e lunga cinque centimetri e mezzo esposta al museo del Louvre (sezione 1, Antichità del Vicino Oriente, sala 228) oggi in prestito al Museo archeologico nazionale di Firenze in occasione della mostra “Il viaggio del gioco” a cura di Marialuisa Cecchi, che qualche volta guardandola si commuove pensando a un bambino senza nome.

Antonio Vangone

L’uomo che è morto ieri

L’uomo che è morto ieri aveva un bar preferito. A gennaio gli regalavano il calendario del caffè Passalacqua.
L’uomo che è morto ieri andava dal barbiere due volte al mese. Si chiamavano per nome.
L’uomo che è morto ieri leggeva il manifesto tutte le mattine. Ormai però aveva smesso di crederci.
L’uomo che è morto ieri odiava i luoghi troppo affollati. Gli facevano venire mal di testa.
L’uomo che è morto ieri entrava in chiesa, ogni tanto. Apprezzava le Madonne e l’odore d’incenso.
L’uomo che è morto ieri tremava al pensiero che Guccini potesse morire. Abbiamo già perso Battiato…
L’uomo che è morto ieri beveva solo nei giorni di festa. Il vino gli bruciava lo stomaco.
L’uomo che è morto ieri guardava tutti i film di Christopher Nolan. Lo facevano sentire intelligente.
L’uomo che è morto ieri mangiava poco e spesso. Un consiglio della sua nutrizionista.
L’uomo che è morto ieri fotografava spesso il cielo. Scatti tutti uguali che non guardava mai.
L’uomo che è morto ieri conosceva i nomi degli alberi e dei fiori. Era cresciuto in campagna.
L’uomo che è morto ieri seguiva il tennis con passione. Se parlava di calcio, era solo per cortesia.
L’uomo che è morto ieri telefonava sempre per fare gli auguri di compleanno. Aveva un’ottima memoria.
L’uomo che è morto ieri non amava il suo lavoro. Ma aveva famiglia.
L’uomo che è morto ieri guidava troppo veloce. Sua moglie lo sgridava sempre.
L’uomo che è morto ieri ogni tanto sognava di andarsene, ma non così.

Antonio Vangone

Tre case

La casa in cui sono cresciuto era un appartamento al primo piano di un palazzo tutto giallo. Il pavimento era in graniglia, le finestre sempre aperte. Saltavo sul letto dei miei genitori e disegnavo sui muri del corridoio. Dal piccolo balcone della cucina assistetti alla prima nevicata della mia vita, che per molto tempo fu anche l’unica. La signora che abitava al piano di sopra aveva un figlio adolescente che allevava serpenti. Mi facevano paura: lei, lui e i serpenti, quindi fui felice quando ci trasferimmo.
I miei genitori comprarono una villetta in campagna. Aveva due bagni, un ampio soggiorno e un seminterrato dove giocavo a ping pong coi miei cugini. Prendemmo un cane, un pastore tedesco. Camera mia era grande e volevo riempirla tutta. Mi ci persi, studiavo poco e in seconda liceo fui bocciato. Furono sbattute molte porte. Le dimensioni di quella casa mi soffocavano. Me ne andai un mese dopo il diploma.
Il monolocale in cui abito adesso è silenzioso. Non abbiamo nulla da dirci. Gli infissi sono nuovi e tengono lontana la metropoli in cui ho trovato lavoro. I mobili in legno chiaro, di gusto nordico, mi ricordano le riviste di arredamento che spesso comprava mio padre. Il pavimento del bagno è riscaldato, ma non c’è il bidet. La cucina ha il piano a induzione e devo usare una padella per far funzionare la moka. Il divano letto è più comodo di quanto sembri. Ho portato qualche libro con me, soprattutto per ricordo. Non parliamo più la stessa lingua.

Antonio Vangone

Il pranzo domenicale della famiglia Malafronte

Ora che è marzo si può mangiare in terrazza. Ci sono anche i nonni, quelli paterni che abitano a Napoli. Le portate sono lievemente più elaborate del solito. C’è vento e il sole è tiepido ma sono tutti contenti, tranne Gabriella che dovrà fare avanti e indietro con i piatti. Sorride lo stesso per non fare brutta figura coi suoceri. Loro non l’hanno mai stimata molto. La mozzarella è buona ma domani sarebbe stata ancora meglio.
Lorenzo spera che nessuno gli faccia domande scomode. La sua ragazza lo ha lasciato e quest’anno ha dato solo due esami. Il cane si è appostato ai suoi piedi in attesa di un boccone. Verrà accontentato più volte.
Anche il nonno aveva un cane, un tempo. Si chiamava Orso.
Matteo non mangia più il polpo. Ha letto che è intelligente quanto un bambino di cinque anni e sa fare cose che un bambino di cinque anni non potrebbe mai fare, come cambiare colore decine di volte al giorno. Lucio e Gabriella lo guardano storto quando scarta l’insalata di mare di nonna Maria. I genitori non conoscono la vita interiore dei figli. Lucio con suo padre parla solo di calcio e soldi.
La pasta è stata infornata troppo tardi. Ci sarà da aspettare e si finirà per discutere, male e nervosamente, di come sia triste la provincia. I bicchieri sono sempre pieni di vino. Elena, che è astemia, dice poco o nulla. Forse proprio per questo è la preferita dei nonni. Il Vesuvio, sullo sfondo, è al contrario che sulle cartoline.

Antonio Vangone

Il Creatore

Il Creatore è un grande uomo. Così grande che sedendosi occupa un intero incrocio. Se ne sta lì a lavorare sulle automobili di passaggio e i pali della luce e i segnali stradali, pennello alla mano ed espressione indecifrabile. Potresti farci caso se solo non fossi così egoista.
Prima ha creato le strade che percorri ogni giorno, le erbacce sui cigli, i cassonetti dove getti distrattamente i rifiuti e l’edicolante che ti saluta sempre con un sorriso.
Prima ancora ha creato gli abiti che hai indosso, le logiche di mercato che li hanno condotti nelle tue mani, il tuo anziano vicino di casa, le insegne luminose delle farmacie e il film che hai visto ieri sera.
Prima ancora ha creato l’appartamento in cui sei cresciuto, la scuola dove hai imparato a contare e il parco dove hai dato il primo bacio, gli album di fotografie dei tuoi familiari e tutti i malanni che hai avuto e che avrai.
Prima ancora ha creato il paese dove sei nato e tutte le altre cose di cui essere fieri e vergognarsi insieme, il tuo autore preferito e il suo capolavoro, i rami minori del tuo albero genealogico, gli Stati Uniti d’America e l’insonnia che ti tormenta di tanto in tanto.
Prima ancora ha creato la luna e le stelle, la terra su cui avresti camminato e il vento che la spazza, l’acqua del mare in cui avresti nuotato e le montagne che avresti ammirato, oltre a tutte le creature che sono e non sono esistite.
Quello che fa, il Creatore non lo fa per te.

Antonio Vangone

Autoanalisi della chat dello streamer LioNero – 08/01/2022

Siamo duemilasettecentoventotto spettatori. Il sessanta per cento di noi trova interessante ciò che LioNero sta streamando, un videogioco di ruolo ambientato nella Boemia del quattordicesimo secolo. Seicentottantasette lo hanno già giocato, di cui duecentoventuno fino a platinarlo; altri cinquecentocinquantatré lo compreranno in questi giorni. I moderatori banneranno una dozzina di noi, colpevoli di aver fatto spoiler. Ci rimarremo male.
Due terzi di noi seguono LioNero da più di un anno. Quasi nessuno ha riso alla sua ultima battuta. Metà di noi usa lo stream come sottofondo mentre studia o lavora. Il sessanta per cento ha donato almeno una volta. Gli siamo tutti grati per la compagnia.
Il settanta per cento di noi ha massimo cinque anni in più o in meno di LioNero (ventisei). Il più giovane ne ha otto, il più anziano sessantanove. Lo abbiamo conosciuto quasi tutti grazie alla collaborazione con un altro youtuber, molto più famoso, che però alla fine ci sta meno simpatico. Qui si ride di più, ma si parla anche di cose importanti. Abbiamo paura del futuro. Non sappiamo se potremo permetterci una casa nostra, se troveremo lavoro e riusciremo a mettere su famiglia. Siamo stanchi di leggere cose deprimenti in chat, concentriamoci sul gioco, per favore.
Lo abbiamo incontrato in pochi, giusto un centinaio, in occasione di un raduno o alle fiere di settore. In molti non lo riconosceremmo se ce lo trovassimo davanti per caso al supermercato, anche se ci piace pensare di sì.

Antonio Vangone

Usi e preghiere dei dervisci di pietra del deserto di Lubanikkara

Il deserto di Lubanikkara è un invito al vuoto.
Un invito che non andrebbe accettato. Ma c’è chi lo fa.
Perdersi tra le sabbie significa essere ospiti e prigionieri dei dervisci di pietra, la cui pelle è grigia e dura come arenaria.
Chiederete: Cosa porta ad amarli?
Hanno voci profonde e occhi gentili. Mangiano poco e bevono molto tè; i loro ampi abiti bianchi profumano di menta. Sono goffi in ogni movimento, finché non producono musica. Allora pregano danzando magnificamente, e nel danzare inseguono in eterno l’annullamento di un sé già più sottile di un filo di lino.
Chiederete: Cosa spinge a odiarli?
Sono crudeli come bambini. Parlano una lingua così rarefatta da non poter essere ricordata a lungo. Rifiutano con cieca ottusità l’esistenza di quanto non li compiace. La violenza impregna le loro esistenze in milleuno modi, mille dei quali incomprensibili per forestieri come me o te.
Malgrado ciò, non si può non desiderare il loro amore; questo però viene immancabilmente negato.

Due salmi:

I
Sussurrano che la sorte dello stolto è pietra e sabbia:
ma non è libero colui che cerca la fine nelle sue prigioni di cemento.
O grandi venti dell’Ovest,
battete i vostri figli con l’amore dei vecchi,
baciate i vostri figli con l’ira delle madri.


II
Poiché non servo che il Vero,
carne non sono, né sangue,
ma secca corteccia
ma secca corteccia
in attesa della Sua scintilla,
non parlo che il Suo fuoco!

Antonio Vangone

Francesco e Francesco

Nacquero da madre diversa e medesimo padre. Portavano entrambi il nome del nonno, un signore distinto che spirò poco prima della loro nascita, quasi contemporanea. In paese si disse che era meglio così.
Il padre si divise tra loro fino a diventare sempre meno padre. Impararono ad avere bisogno di poco amore.
Uno era brillante, l’altro indolente e non lasciava ben sperare. I ruoli si invertirono più di una volta durante gli anni della scuola. Non furono mai costanti.
Frequentarono le stesse piazze ma compagnie diverse. A volte la cugina di un qualche loro amico usciva con l’altro ed era strano.
Coltivarono, solo superficialmente, interessi assai diversi. Si incrociarono per strada in parecchie occasioni. Quando se ne accorgevano era terribile.
Partirono. Uno andò a frequentare l’università, l’altro cercò successo all’estero. Tornarono entrambi sconfitti. Sposarono donne antipatiche. Ebbero figli infelici.
Lavorarono sei giorni alla settimana per quarant’anni, otto ore al giorno. Non lo trovarono né brutto né bello. Le precedenti generazioni si estinsero lasciandoli liberi di dimenticarsi. Non ci riuscirono.
Percepirono sempre la presenza dell’altro come quella di un fantasma con la propria faccia ma con meno rughe; con scarpe più comode e qualche centimetro in più d’altezza; meno capelli grigi, un sorriso più luminoso; un’automobile più lucida e potente; figli devoti e capaci.
Quando uno dei due mancò, l’altro non venne a saperlo.

Antonio Vangone

Stefano B.

Cose che non ho dimenticato: io che piango stretto alle ginocchia di mia madre, la maestra Maddalena che mi prende per mano, tutti chini a disegnare le cornici e tu che mi sorridi, uscire dalla scuola in fila indiana, l’odore di gesso, le lotte, le corse, guardare il silenzio, l’affresco etrusco sul libro di storia, le poesie sull’autunno e la favola del lupo e dell’agnello, quella volta che con Luca, Francesco e Michele ci lanciammo nel buio dietro la porticina arrugginita in cortile, i temi sullo tsunami in Indonesia, i videogiochi e i cartoni animati, le cartoline che ci spedivamo d’estate, le gite, il tramonto del nostro ultimo giorno di scuola elementare, quel che mi dicesti quando avevo paura di crescere.

Cose che ho dimenticato: i cognomi, gli indirizzi, i numeri di telefono, le preghiere, le principali esportazioni dei paesi europei, molti ma non tutti i nomi di alberi, pesci e dinosauri, quel poco di francese che ci avevano insegnato, il titolo di quel film con la ragazzina col caschetto e le ombre che fumano che vedemmo in auditorium, la canzoncina da intonare prima del pranzo, dove si è trasferito Francesco all’inizio della quarta, filastrocche e scioglilingua.

Cose che vorrei aver dimenticato: la corsa verso casa tua, le gambe che si fanno pesanti, la luce delle fiamme che inondano il viale, le urla, le sirene, il fumo, la puzza insopportabile, il funerale, le troppe lacrime. 

Cose che vorrei non aver dimenticato: cosa si prova ad averti intorno.

Antonio Vangone