Nuova vita

Era il terzo giorno di lavoro, il centunesimo di quella che chiamava Nuova vita; era il 27 giugno. Pigiò il tasto e sentì bruciare il polpastrello. Si mise il dito in bocca, ci soffiò sopra.
Possibile?, pensò, Siamo andati sulla Luna e non sappiamo fare i campanelli che non scottano.
Contò fino a sette.
Be’, dagli amici si va alla sera, in estate, quando la pulsantiera è fresca, oppure d’inverno, quando si indossano i guanti. Perché un’azienda dovrebbe spendere soldi per non far bruciare i polpastrelli a quelli come te?
Suonò di nuovo. Fissò la luce del videocitofono.
Anzi, meglio che ti scotti, così eviti di scocciare. Come tua moglie, che… Ex moglie, ex.
Terzo tentativo – «Suonate tre volte, ogni 10 secondi. Dite che dovete controllare la bolletta del gas. Siate amichevoli e minacciosi.»
Il pulsante non scottava più.
Vedi? Alla fine ci si abitua. L’uomo avvicinò la faccia all’obiettivo del videocitofono, come se da lì potesse vedere in casa. Il bambino dall’altra parte – «Non aprire a nessuno», gli era stato raccomandato – fissò il volto paonazzo, la barba bianca a chiazze, le sopracciglia arrabbiate, ma stavolta niente dita in bocca.
La sera raccontò tutto alla zia. Lei gli disse «Sei proprio un ometto» mentre pensava che, per dio, quel tipo aveva lasciato la sua saliva sulla pulsantiera, che l’avrebbe dovuta pulire con l’alcol, che per fortuna ne aveva in casa.
Che gente assurda c’è in giro.
D’istinto si chiese come avrebbe commentato sua sorella, poi alzò le spalle.

Alessandro Busi

Niente di niente di me

Lo specchio ovale (nascosto), il telo grigio (addosso), i capelli (in testa, sul telo, a terra). La parrucchiera non la smette di ripetere il suo nome (Lavinia).
È tempo buttato. La messa in piega svanirà per l’umidità, il sudore, gli abbracci. I parrucchieri sono…
– Cosa, Lavinia?
– Niente.
Lavinia deglutisce. Possibile che questa riesca a sentire i miei pensieri? Che abbia creato un’antenna telepatica di forcine.
Socchiude gli occhi (ops).
La donna le mette la mano sulla fronte e il fiato (fumatrice) nel naso. Il suono vaporoso, l’odore di colla: la lacca piove umida e intrappola i capelli nella forma più coerente con il vestito da sposa, inchioda i fili di perline sul cranio (prurito da non grattare).
La parrucchiera (profumo dolce) si sposta e permette a Lavinia di vedersi nello specchio.
– Sei contenta, Lavinia?
No, cara, mi faccio cagare e tu sei pessima. Che domanda è, Sei contenta? A tre ore dal matrimonio. Cosa dovrei dirti?
– Hai fatto un lavoro splendido, grazie.
Sotto il telo (benedizione), Lavinia avvicina indice e pollice della mano destra alla coscia nuda e sceglie un lembo di pelle, lo strizza con le unghie, lo torce finché gli occhi si inumidiscono.
La parrucchiera, che le sta sistemando le ultime imperfezioni, si commuove (neuroni a specchio, fregati) e si tampona le ciglia con un fazzoletto piegato a triangolo che si inzuppa di liquido scuro. Lavinia sorride – Pff, questa non ci capisce niente di niente di me – e l’altra le stringe le spalle.

Alessandro Busi