Appunti di lettura: “Uno su infinito” di Cristò

La TV tutto digerisce, questo lo sappiamo. Anche la rete. Chiarisco: la TV digerisce anche la rete, che si crede più ampia, più capillare, capace di quelle torsioni che la rigidità del piccolo schermo non sa eseguire e a cui supplisce con un’inaudita capacità digestiva, come quei tosti mulini divora metalli che fanno fazzoletto di ogni ferraglia che viene loro offerta: tubi innocenti, carriole, bombole del gas. La TV è grossolana e potente, bulldozer del reale. Uno su infinito non è una scommessa: solo triturata e risputata dalla TV come carne macinata può essere definita tale. La TV catalizza il contagio di quest’idea irreale eppure così intrigante. “Hai sentito cos’hanno detto in TV?” “Io non ci credo ma cosa ho da perdere?”.
La TV è antidemocratica, produce enunciati autoritari che piovono dall’alto sullo spettatore suddito passivo della sua monarchia assoluta. Non stupisce quindi l’obbedienza al suo dogma, il contagio catodico. Ancor meno se abbinato alla promessa di una felicità capitalistica in denaro contante, sebbene il jackpot diventi presto contabile solo con misure paperoniche, quindi irreale, utopico.
La TV è il mezzo del potere maschile che sfida, sfrutta e organizza la potenza del femminile, in contatto diretto con l’ineffabile – la donna che partorisce la sfera[1]. E così intriga il Marinetti (che cognome!). Vuole cambiare il mondo per onorare la memoria del padre (ancora un uomo), idealista e combattente, traendo dalle mammelle della santa (Sofia) latte pitagorico da trasformare in un piano degno di un Ulisse anticapitalista e patriarcale. Perché lo sa, Bruno, che lui non potrà mai partorirla la sfera, e allora si lancia nell’impresa. Avventuriero o imprenditore? Profeta o cacciatore?
Negli anni ottanta (o novanta? O settanta?), quando lessi Cent’anni di solitudine, mi feci un albero genealogico dei Buendía sul retro di un biglietto della corriera da 800 lire. Qui, con tutti questi nomi dell’eterna provincia, avrei preso appunti simili, avendo ancora quel supporto elegiaco.
E in fondo, mi dico, è forse questo che mi ammal(i)a di questo racconto orale: Uno su infinito è quell’eterna provincia italiana in cui già rodeva il brelusconismo; ricorda i colori della fotografia di certi documentari del passato; la qualità dell’immagine del tubo catodico di quei televisori con le antenne sopra lo schermo, posate su mobili di legno con centrini bianchi o su tavole con tovaglie di plastica stampate fantasia, di fronte ai pasti di famiglie in muta cattività; sa di corriere polverose che scalano salite di paesini appenninici; o di treni regionali con compartimenti in velluto rognoso; di caramelle pip comprate all’unità; di schedine del totocalcio in cui si doveva fare tredici, da giocare in bar pieni di fumo con schiocchi di palle da biliardo a segnare il tempo come campane depravate.
Mi ricorda il mondo com’era quando avevo otto anni[2]. Poi fu il grande contagio.


[1]    Giorgio Manganelli, Centuria, “Settantacinque”, Adelphi, Milano, 1993

[2]    Cristò, La carne, Neo, Castel di Sangro, 2020

Gunther Maria Carrasco

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