Mario Pascarella-Cavallaro, creato in laboratorio in California

Mario Pascarella-Cavallaro è stato creato in un laboratorio di San Jose, in California, esattamente ventotto anni fa. Ha dunque ventotto anni di età anagrafica, ma se li porta male perché quando è venuto al mondo ne aveva già sei e perché fuma tre pacchetti di sigarette al giorno. Del padre, danaroso spregiudicato pluripregiudicato palazzinaro casertano trapiantato a Roma, ha la faccia – con qualche miglioramento – ma non il carattere, che tende a una impenitente oziosità. Della madre ha solo metà del cognome, essendole stata negata qualunque rappresentanza genetica. La cosa le è forse un po’ dispiaciuta, all’inizio, ma quando l’immaginato superuomo ha cominciato a manifestare la sua natura è diventata fonte di un infinito piacere beffardo: il bambino non vuole alzarsi dal letto? Giù a ridere; rifiuta con caparbietà di lavarsi i denti, imparare le tabelline, andare a karate? Tutto suo padre! Crescendo la cosa si è fatta meno comica ma non si è mai risolta, cronicizzando in una giovinezza svogliata e solitaria, divisa tra un’istruzione dai risultati a malapena passabili e lunghe serate a guardare la televisione.
Ora che è adulto a prendere in mano l’azienda di famiglia, scopo dichiarato della sua concezione, non ci pensa proprio. Completati gli studi di economia e commercio con due anni di ritardo, si è ritirato a vivere in un antico borgo dalle parti di Viterbo, in una casetta di pietra ammodernata quanto basta per offrirgli qualche comodità. Qui trascorre lunghissime giornate votate all’indolenza più pura: si alza di primo mattino, fa colazione dall’anziana signora che gli prepara tutti i pasti e rassetta casa tre volte a settimana, passeggia piano per il paese – qualcuno lo saluta – fino a una panchina di mattoni rossi su cui si siede, qualche volta sdraia, fuma e guarda la nebbia giù a valle, si gode il sole se c’è. Avesse una qualche pulsione religiosa sarebbe un buon frate, Mario, ma gli istinti alti gli mancano quanto quelli bassi: per quanto le pretendenti non gli siano mancate, attratte chi dalla ricchezza della famiglia, chi dall’aria di sonnolento mistero che lo accompagna, non ha mai desiderato avvicinarsi a una donna e nemmeno a un uomo. Finora. Capita, infatti, che durante la colazione a casa della balia una porta si apra trascinandosi sul pavimento in graniglia con uno stridio che invita l’ospite ad alzare lo sguardo dal suo latte e biscotti. Compare allora un bel viso ovale, i lunghi capelli neri scarmigliati, la leggera camicia da notte che svolazza alle caviglie o la vestaglia verde bottiglia intrecciata sul petto; lo vede, si ritrae, qualche mattina si veste e si unisce al pasto, altre si limita a un salutino della mano chiara. È Valeria, stabilitasi dalla nonna per approfondire certi studi di ornitologia che si sono arenati in fotografie sfocate e bei disegni a pastello.
Non ci sono molti giovani, da quelle parti, ed è forse per questo che la ragazza pare incuriosita da quel tipo svagato che siede alla sua stessa tavola tutti i giorni, ridono e scherzano, la nonna a un certo punto comincia a sparire, quand’è il caso. Tempo qualche mese e Mario si è accorto di sperare che la porta si apra e il viso spunti e Valeria mangi con lui e gli chieda qualcosa a cui non saprà bene come rispondere, gli mostri un altro suo disegno prima di partire con il suo motorino alla volta di una radura o un ruscello. Ha persino chiesto al padre di procurargli un atlante illustrato sugli uccelli nidificanti nel Lazio, che conta di leggere e poi regalare alla ragazza per Natale. In questa timida attrazione si concentrano tutte le speranze della famiglia Pascarella-Cavallaro: solo la prospettiva di un nipotino prodotto gratuitamente frena il dirigente d’azienda dall’investire su un figlio di nuova generazione, fiducioso di sopravvivere fino alla maggiore età del plausibile erede.

Antonio Vangone

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